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7 luglio 2016

Caro diario... [Piero Gobetti, La nostra fede - 1919]

Caro diario... [Piero Gobetti, La nostra fede - 1919]
Le disavventure della vita pubblica italiana, la mancanza di sincerità e di chiarezza (concertazione massima ed esponente: il giolittismo) sono frutto di una tragica contraddizione e di una disastrosa eterogeneità di metodi e di uomini, di principi e di conseguenze. Per risolvere la contraddizione bisognerà liquidare i sistemi non più corrispondenti alla realtà, in modo che i due termini ora contrastanti si armonizzino in uno sviluppo logicamente completo e coerente. Gli schemi in cui si svolge la vita politica nostra (i partiti) non consentono agli uomini sufficiente vitalità. Gli uomini cercano nella vita pratica realtà ideali concrete che comprendano (pur senza fermarvisi) i loro bisogni e le loro esigenze. Oggi i partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre, rappresentano, si dice, gli interessi dei singoli, ma badiamo a procedere nettamente questo rappresentare interessi singoli porta non solo all’egoismo (che di per sé non sarebbe un male tanto terribile), ma addirittura fuori della politica - che è organizzazione. Si riduce - e va annullandosi - la possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto agli interessi, delle ragioni ideali, teoriche, ed esse poi concretate, cioè diventate questioni politiche. Nella vita attuale dei partiti invece di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini. Perché i partiti rappresentano un passato, sono storia che si tenta di ripresentare, non concreta attualità. L’idea centrale del socialismo (nonostante tutto un tentativo ardimentoso, ma isolato e sfortunato, per assorbire il nucleo centrale della morale idealistica) è rimasta un comunismo freddo, illusorio, lontano dalle menti e dalle conquiste della scienza economica; le dottrine democratiche - che dovrebbero essere la vitalità stessa, intima, che anima la storia e risolve le contingenze - sono restate le ideologie del Settecento, un illuminismo in ritardo e da più di un secolo agonizzante; il nazionalismo dei Treitschke e dei Naumann fallito con la guerra non dovrebbe rappresentare più nulla in quanto dogmatismo ridicolo, ideologia sorta sulla grossolanità di un gretto positivismo e ridotto a imperialismo puro, quindi vuoto, vizioso, senza scopo. Le idee, insomma, in cui le forze s’inquadrano, i partiti, sono rimasti addietro di un secolo. E gli uomini ci stanno a disagio. La storia va innanzi: gli uomini con essa. Gli schemi non possono restare gli stessi. Se non si liquidano, se rimangono, vanno soggetti nella pratica della realtà alla deformazione che su di essi operano i singoli, favorendo la disorganizzazione e la confusione (essi che per organizzare e sistemare erano sorti). Permangono nominalmente ed ecco che il dissidio s’accresce. Dissidio di sviluppi, dissidio tra premesse e sviluppo. Naturalmente, nella realtà stessa quotidiana tale contraddizione non può permanere, ma non si può d’altra parte in nessun modo arrivare stabilmente all’unificazione. E si procede particolarmente, di giorno in giorno, ad una composizione momentanea, che a volta a volta non può essere se non il trionfo di interessi personali con smarrimento completo degli ideali e asservimento delle attività a un vuoto nominalismo. E in tutti i casi scetticismo negli uomini migliori con invadenza delle attività malefiche. Guardate la politica da un punto di vista di onestà illimitata: ne proverete disgusto; e il disgusto degenera in astensionismo, scherno, indifferenza per i supremi interessi. Il regime rappresentativo non ha più il favore popolare. Ma che cosa volete sostituirgli? La teocrazia? Ognuno bada agli affari propri e tira avanti. La risultante sola è il disastro. Perché la vita dello Stato è vita solo in quanto è concertazione dell’attività di tutti i cittadini coscienti ed operosi. Fuori si perde la direzione del progresso e c’è solo deviazione. E sulla deviazione si incontrano i viottoli da tutte le parti. L’anarchico che nega l’organizzazione; il borghese vecchio stile che vede lo Stato nell’impiegato delle imposte; il socialista che, negata la nazione per una realtà più ampia, ritiene di concreto solo più la sua realtà individuale; tutti costoro li vedete fissi ed intenti alla minuscola personalità. A preoccupazioni che non sono politiche. Il rimedio verrà da un sano ripensamento di idee, da un processo ansioso e accurato di chiarificazione di principi, da una perfetta coscienza delle relazioni che vi sono tra le necessità della vita e i principi ideali che la trascendono.
II Quale può essere logicamente e praticamente il valore di un partito? Non altro che quello che gli deriva dal suo contenuto, sia esso attuale o tradizionale. E poiché contenuto s’identifica per i più con programma, il valore di un partito sta nelle sue formule. Intendo formule in senso ampio, comprendendo cioè sia il valore che possono avere logicamente, sia quello che praticamente vi si può vedere. Mi par chiaro che imm ogni caso nel concetto stesso di formula c’è un elemento che ne fissa e ne limita la portata reale. Formula è conclusione, è punto d’arrivo, elaborazione che presuppone tutto un processo spirituale, tutta una serie di sforzi nei quali anche sta la sua giustificazione e la sua importanza. Sono un’astrazione, un simbolo di risultati conquistati, non il fatto concreto della conquista stessa. Il valore del simbolo sarà tutto nell’efficacia che esso presenta ad esprimere tutto il processo presupposto. Resta evidente però che ad intendere questo valore non basta una pura accettazione; è necessario ad ogni individuo ricreare il risultato rifacendo il processo. E cioè il partito accanto alla formula deve contenere un altro elemento, deve assumersi un’altra missione: guidare alla comprensione della storia della formula. Lungi dall’essere una risoluzione, un quietismo di illusi, esso si presenta come un divenire senza tregua, una lotta intima continuata, un processo di autocoscienza progressivo. E le formule avranno efficacia in ognuno solo in quanto rifatte gradualmente, prodotte dal proprio spirito. Questo precisamente io nego che abbiano tentato di essere i politici nostri. Hanno offerto stasi e consolazione a poveri arretrati; e poiché le formule erano decrepite l’accettarle doveva essere già di per sé un ripiegarsi su sé stessi, un regredire. Sono rimasti una tradizione che appena pochi isolati hanno tentato di sentire e di continuare e i più hanno invece adattato al loro interesse materiale. Di educazione politica non c’è neppure l’ombra. Come sempre quando si lascia la storia per le astrazioni, il dinamico per lo statico. Sicché i partiti si sono ridotti a schemi mentali, a mezzi di classificazione, e quando determinarono azioni, di azioni incoscienti. E’ mancata la fiamma che animasse le formule, il metodo, la comunanza di spirito che ne vivificasse le conseguenze. Si sono enunciate le formule e poi si sono cercati gli uomini capaci di diffonderle. Ma le formule e gli uomini che le diffondono devono nascere insieme. Il problema dell’azione si è fatto arduo. Per procedere innanzi si tratta di distruggere interamente un’illusione. Si tratta di svalutare le formule conclusive per riportare tutta l’importanza ai metodi, ai processi d’arrivo. Lavorare per questo risultato non è certo lavorare a breve scadenza; i risultati saranno lenti; ma si tratta di un intero rivolgimento morale. Appunto per questo noi non mettiamo avanti le grandi formule. Portiamo con noi un metodo nuovo, una passione nuova. Che nasce da una reazione cosciente e necessaria per il semplicismo dei cosiddetti riformatori, da una chiara visione della complessità dei problemi, della enormità delle piccole questioni che non si possono risolvere mediante un’ipostasi di generalità. Ma dalla reazione vien resa più chiara e più esplicita un’affermazione, che è la nostra fede,, la vita nostra. La vedremo. Per ora esaminiamo tutta la portata della nostra negazione. Ci sogliono dire gli avversari che noi entriamo in politica senza una chiara coscienza dell’importanza dei problemi massimi, senza aver pronta una risoluzione per essi. Ma esistono in verità questi grandi problemi? O sono piuttosto un modo più o meno comodo e semplice di raggruppare per necessità di metodo e di abiti mentali una quantità di altri piccoli e difficili problemi che bisogna risolvere uno per uno? Guardiamo per un momento uno di questi grandi problemi e fattori politici che corre oggi nella bocca di tutti: la lotta di classe. Sotto la frase c’è per i più un certo significato abbastanza chiaro accumulatosi per tradizione che importa coscienza di privilegi sociali, di odio reciproco che ne è determinato, di una necessità di composizioni in cui gli odi e i privilegi che ne sono la causa vengano a scomparire. Ma questo senso è così elastico da far nascere in molti la convinzione che un colpo di Stato, una rivoluzione, possa spazzar via e risolvere ogni cosa. Rivoluzione: ecco un metodo molto spiccio; e facile ugualmente quell’altro: conservatorismo, reazione. Noi vedendo il problema abbiamo invece la presunzione di studiarne gli elementi per vederne la soluzione; e allora sotto il concetto di privilegio troviamo degli interessi legittimi che devono essere riconosciuti ad ognuno e devono essere tutelati: in una coscienza più chiara della necessità dei rapporti sociali e dell’interdipendenza. Sentiamo che dal concetto di uguaglianza di possibilità e di differenza di esplicazioni (concetto necessario e indistruttibile) deve scaturire necessariamente quello di una distinzione sociale, si chiamino le distinzioni classi o come altro si vuole. Ed allora il problema della tutela dei diritti di ognuno ci si presenta - poniamo - nella forma dell’organizzazione sindacale concretandosi in una serie di problemi tecnici coi quali molto agevolmente si connettono problemi di assistenza e di assicurazioni sociali, di crediti popolari, ecc. A questo modo (non negando le distinzioni, ma lavorando perché sian giuste e legittime) risolviamo ogni giorno il problema, che ogni giorno, in nuove forme, ci si presenta. Non è vero, insomma, che manchi a noi una concezione dello Stato: noi siamo fermamente conviti di poterla imporre e sovrapporre questa concezione generale nello stato presente delle cose, che finirà magari per essere capovolto e mutato radicalmente, ma solo attraverso un lavoro lungo e paziente che scuota e muti un po’ anche gli uomini. Non si può prescindere, nella nostra azione, da millenni di storia, di lavoro umano; non si può negare una tradizione che è tutta in noi, che ci dà il suo valore e la sua importanza. Si può solamente continuarla. E continuarla vuol dire mettere in relazione il pensiero attuale, libero, degli uomini, con l’eredità di lavoro che essi hanno ricevuto. I due elementi si condizionano a vicenda per dar vita al progresso. Ed io non so davvero come possa chiamarsi comunque per concezione generale dello Stato un’ideologia che pur partendo da certi presupposti reali trova modo, per virtù di fantasia e di umanitarismo, di arrivare a una negazione spaventosa e ad una presa di potenza grottesca addirittura.
III Anche per convinzione generale noi non crediamo alla possibilità di fare la politica deduttiva. Rientriamo nel vizio nostro di assenza di visioni generali che perfettamente unifichino le realtà politiche. Nella nostra colpa di sfiducia per le idee toccasana, vaghe, generali, a cui tutto si può adattare e tutto magnificamente giustificare. Si può fare della deduzione dove si parte da una unità, individuale o universale non importa, pur che sia profondamente sentita: ma nella realtà pratica abbiamo una complessità di attività, le quali avranno uguaglianza di natura e di possibilità, ma differenze profonde d’intensità spirituale, per cui gli effetti quasi sempre trascendono le cause, che a loro volta sfuggono e non si possono interamente analizzare. C’è sì la unificazione dello spirito che tutte le comprende e in tutte infonde la sua capacità di vita, ma questa capacità non si fissa a priori per un atto di coscienza; la conoscenza si sviluppa progressivamente insieme al sorgere delle azioni e non le puoi razionalmente prevenire. Come si vede, il nostro scetticismo per le idee generali (generiche) non toglie per nulla che in ogni azione noi riconosciamo una razionalità e nei rapporti tra le azioni una logicità che deriva dall’unità dello spirito. Purché non si confonda politica con filosofia. Poiché in filosofia c’è la coincidenza perfetta di pensiero e azione: l’azione null’altro è se non lo sviluppo del pensiero di ogni individuo; in politica invece l’intervento di nuovi elementi, di nuove attività, reca la conseguenza che l’azione trascende il grado di possibilità di ognuno e due sono le forme di conoscenza: il pensamento di realtà attuata o attuantesi e la previsione. E’ nel campo della previsione che bisogna ricordare che non si ragiona di filosofia… Nello stesso modo noi distinguiamo la politica dalla morale. Attività pratica nell’uno e nell’altro caso, sta bene. Ma nella morale è l’individuo che comprende e crea la sua attività pratica, regola le sue azioni in rapporto agli altri, facendosi quindi centro del mondo. Nella politica, invece, l’attività pratica in gioco è quella di molti uomini che mirano a risultati diversi, e la direzione generale che ne viene determinata è in funzione delle varie concezioni degli uomini, alcuni dei quali possono aver guardato all’interesse universale, ed altri al proprio, ed altri ad uno fittizio. Se dunque politica e morale possono essere unificate in una riflessione retrospettiva, in quanto dialetticamente non contraddittorie si diversificano nella concretezza dell’attività spirituale che le produce. Una buona politica è sempre anche morale in quanto deve raggiungere il benessere generale; ma nel mondo delle contingenze sono degli uomini che cercano il benessere universale e altri no (il fato non è altro che l’incontrarsi e l’elidersi incosciente di queste forze): la politica è tutta qui nel pensare a queste relazioni, a questi modi di presentarsi dell’attività pratica.
IV Torniamo ora all’esame dei partiti e delle formule; vi troveremo un nuovo difetto organico (di assenza di intima logicità) che, aggiungendovisi, aggrava l’altro errore di metodo (mancanza di sviluppo). E qui ampliamo un po’ il concetto con un esame rapido: accenni di obiezioni, abbozzi di critica, spunti per chiarire le idee. Del socialismo abbiamo analizzato e risolto nei suoi elementi il concetto di classe. Un’esagerazione dogmatica ed assoluta di un dato di fatto vero; la libera differenziazione degli uomini - tutti apparteniamo a una classe, ma alla classe che vogliamo e appunto in questo, nel vedere il limite, nel saperlo posto da noi, c’è il superamento della classe e il trionfo di una realtà più ampia che comprende la nazione. Ma perché non l’umanità?! Obiettano i socialisti. Ma la nazione stessa è umanità, umanità che non ci sfugge, chiara in quanto concertazione storica, in quanto formata da una tradizione millenaria. Ela nazione potrà anche essere ricompresa nella realtà di umanità, ma non per giustapposizione di concetti, sì per concreto lavoro storico a cui tutti portino il loro contributo di azione. Il socialismo non ha mai visto questa concretezza. Non l’ha mai vista in quanto ideologia sorta sull’ambiente storico della rivoluzione francese e per soddisfare le esigenze del periodo che portò al ‘48. Finite quelle condizioni storiche tutto il comunismo critico s’è sfasciato come organismo e ai socialisti d’oggi è rimasto lo stato d’animo d’un comunismo tutto primitivo, fatto di umanitarismo e di amore e di uguaglianza. Scelgano ad ogni modo i socialisti: o l’abito scientifico che ha tentato di dare Marx alle vecchie teorie e allora rispondano all’economia classica e alla storia con cui Marx si trova a fare a pugni; o la fraseologia di uguaglianza e fraternità (che turba come vedremo tutta un’altra visione delle cose: la democrazia); o un esegesi precisa in cui si dica quanto accettano di Marx, quanto di umanitarismo e di illuminismo. Ma l’ibrido risultato che ne verrà dimentichino di sottoporlo al giudizio al giudizio della storia e magari di Carlo Marx stesso, maestro cure con tutto il suo concretismo si ribellerebbe per primo al moralismo e mazzinianesimo di molti suoi seguaci. Il dilemma finisce per porsi esplicitamente: o con Marx o contro Marx. Ma i socialisti nostri - come non si sono occupati mai delle relazioni tra lo Stato futuro, in cui il regno della giustizia fulgida verrà instaurato, e la umana iniquizia che oggi ci tormenta - così non si sono mai posti il problema dell’esegesi di Marx e della conseguente determinazione del socialismo attuale. Ora una teoria che non ha continuatori si può dir morta per certo. Il socialismo resta tuttavia in molti, se non altro come stato d’animo di simpatia, perché si fa paladino e Don Chisciotte di ogni opposizione al governo e della sua bestialità quotidiana. Ma questa posizione critica non ha proprio niente a che vedere col socialismo. Tanto che l’abbiamo anche noi, del comunismo avversari assoluti. Solo deprechiamo che diventando in essi un abito di perpetuo scontento, questa opposizione si annulli di per sé rimuovendo ogni possibilità di concreti risultati. Resta il problema della diffusione del socialismo, della forza attuale del partito. E saremmo alla necessità di vedere l’autocoscienza negli aderenti. Lungi da noi ogni sospetto di voler svalutare un’idea rispettabile come il socialismo con dei dubbi sull’onestà e sulla buona fede. Ma noi vediamo nel socialismo d’oggi un problema di organizzazione del lavoro e non altro. Se questo problema l’ha posto Marx, vivaddio! Vedremo chi lo risolverà. Noi non ce ne dissimuliamo certo l’importanza fondamentale. Ma stiamo ancora per la soluzione nazionale con cui si potrà conciliare benissimo la forma sindacale. E la conciliazione che va spuntando: in Inghilterra, forse, chi lo sa? In Germania… La soluzione nazionale che non ha niente a che vedere col nazionalismo, col quale si ricade in un dogmatismo di pessima lega. Oggi la forma ufficiale del nazionalismo non ha realtà e non ha contenuto fuori dall’imperialismo. Anche qui agli aderenti io chiederei di mettersi d’accordo con la propria coscienza. Nel nazionalismo vige lo stesso sistema di proselitismo che nel socialismo. Ammetti il progresso? Sei umano? Dunque sei socialista. E là: accetti la patria, la nazione? Dunque sei nazionalista. Ma accettata la nazione, c’è il problema dell’organizzazione nazionale. I nazionalisti non ci si fermano. Il solo problema è la espansione e la conseguente sistemazione dell’esercito. Cioè il solo problema è un circolo vizioso. Io non pretendo di negare il concetto di lotta, in cui culmina l’attività, che crea il progresso. E questa lotta potrà anche essere, allo stato attuale delle cose, lotta di eserciti, ma non può essere solo questo, perché la guerra perché la guerra non avrebbe più neppur oggi la sua funzione benefica. Ci sono altre forme di attività, e conseguente lotta, più vive, più proficue e verso queste bisogna andare, verso queste si va, togliendo a man mano di mezzo forme di lotta che non corrispondono più all’esigenza di lavoro e di progresso. E tra queste forme, noi comprendiamo la guerra per la guerra esaltata dai nazionalisti; comprenderemo domani magari ogni forma di guerra come confluire di attività esplicantesi in forme brute. Perché per noi tutto il valore della vita è nel lavoro, nell’intensità di lavoro e il problema dell’organizzazione è un problema di sistemazione di forze autonome e disciplinate. Ma i nostri nazionalisti son più semplicisti di noi o forse più superuomini. Giacché l’industria la dirigono essi dove vogliono e ne fanno ciò che vogliono (la mandano anche in rovina col protezionismo); di problemi d’amministrazione non si curano perché c’è lo Stato, che può e deve fare ciò che gli garba. Che autonomia locale?! La verità è nell’accentramento! O sublime poesia di un uomo solo o di pochi uomini che guidano una nazione all’interno e all’estero! E se poi c’è veramente un problema interno d’amministrazione? non basta l’esercito? Organizziamo se mai alla militaresca tutta la burocrazia. Così, o pressapoco, ragionano i nostri amici nazionalisti.Sicché ci sentiamo in diritto di passare ad altri più acuti ragionatori. Una realtà politica, almeno nella concezione del popolo, è costituita certamente dall’organizzazione cattolica. Che ha per sé una tradizione a favore della quale cerca di sfruttare gli stati d’animo prevalenti: conservatorismo rigido e ideale d’amore. Tutto lo sforzo della Chiesa cattolica è stato diretto a impadronirsi della realtà universale cristiana per acquistarne la privativa e i diritti di proprietà. Il solito sistema che abbiamo già visto nei socialisti e nei nazionalisti, di assicurarsi una realtà ideale più ampia per farvi passare con disinvoltura il loro credo. E il credo qui sarebbe la teocrazia. Data vla rivelazione di verità di cui la Chiesa è depositaria esclusiva, non ci può essere altra logica conseguenza fuori dell’assolutismo. Dice bene Giuliano: “Ogni religione per sua natura e per natura stessa della sua missione tende con ogni sforzo a dominare la vita civile, ad imporle il suo insegnamento: ogni religione diventa necessariamente Chiesa, e il suo ideale, per quanto calato e modificato nelle esigenze storiche, è necessariamente la teocrazia. Anche nella concezione dantesca, il governo civile è una specie di cura d’anime in sott’ordine”. Ma il fatto stesso che pensare non vuol dire essere cattolici, che rivelazioni di verità ne hanno date e ne danno tutti gli uomini, costituisce una dimostrazione definitiva dell’aberrazione di quel pensiero. Quando si ammetta l’atto del pensare non come un’astrazione, ma lo si riconosca in ognuno concretamente, come si riconosce in ognuno il diritto alla vita. Il cattolicesimo è un momento dello spirito, non tutto lo spirito, per la semplice ragione che nessuna formula può abbracciare tutto lo spirito, nessun insegnamento lo può determinare. Almeno per noi che non siamo scolastici, ma comprendiamo e giustifichiamo nella nostra fede anche la scolastica. E qui c’è posto e giustificazione per un’altra realtà politica: la democrazia. Punto di partenza della quale è proprio l’affermazione della legittimità di ogni forma di pensiero e la negazione di tutte le rivelazioni di verità, perché la vita è concretazione e creazione di ogni individuo ed è insieme progresso e universalità che trascende le possibilità dei singoli. In questa fede, che è semplicemente una forma di enunciazione della parità dei diritti e dei doveri, dell’uguaglianza di possibilità, c’è la parte sana della democrazia che si identifica con l’idealismo. Ma nella parte sana c’è stata una profonda iniezione corruttrice di settarismo settecentesco. La democrazia che nega tutte le fedi, tutte le rivelazioni, perché tutte le supera e comprende è diventata anticlericalismo, s’è limitata ad essere lotta contro una setta e s’è quindi abbassata sino ad acquistare i caratteri di setta. E nell’umanitarismo alla Rousseau ha confuso uguaglianza di possibilità con uguaglianza di attualità: alla libera differenziazione ha opposto un amore universale e sterile e pacifico, ha fatto degenerare la sana tolleranza, che era la sua fede concreta, in indifferenza ideale che consente poi in pratica la più biliosa intransigenza e i più vili accomodamenti. Della sua affermazione ideale ha fatto una dottrina, mentre non era che un punto di partenza su cui esplicare la propria attività. Il frasaiolismo radicale e massonico ha pervaso e occupato ogni ideale democratico. Ed anche la parola ne è stata screditata. Democrazia è diventata sinonimo di demagogia; si è confusa anche per molti col socialismo, una specie di socialismo calmo non rivoluzionario pieno di giustizia e buona volontà. Una nuova rivelazione di verità o pressapoco.
V Noi tuttavia non ci distogliamo da questa base sola abbiamo riconosciuto sana e feconda. Ne facciamo il punto di partenza anche per l’attività nostra, la forma in cui esplicare la passione nuova, solo un’affermazione di spiritualità intesa, di idealismo che non sa ostacoli può essere compatibile con la nostra premessa di fede democratica. Ma il nostro idealismo non può limitarsi a uno sforzo teorico, deve pervadere noi e il tutto di un soffio solo di vita intima, intensa. Essere ad ogni momento noi, realizzare tutta la nostra possibilità di azione per noi e per gli altri in ogni istante, sentire il palpito esultante ed inebriante della vita, sempre, e non come mezzo di questa o quella pallida idealità evanescente, ma in sé e per sé come mezzo e fine alla idealità stessa che sprigiona dal suo intimo. Attingere in tale fede la capacità e la forza di rinnovarsi ad ogni istante, vedere la vita come umanità che si svolge e si supera, debolezza che si vince senza arrestarsi mai, concretezza in cui ogni umile atto acquista la sua santità, la sua consacrazione perché è atto nostro: ecco la gioia e il significato dell’essere la divinità del tempo, che è progresso in cui muore l’ostacolo! Questa potenza vivificatrice dello spirito è soffocata negli uomini dalle degeneri abitudini, cristallizzazioni in cui tutto l’ardore si perde, pigrizia bestiale per cui si potrà fuggire la fatica, la lotta, ma ottenendo una pace, una quiete estenuante, in cui echeggia solo più il ritmo snervante e monotono delle occupazioni di tutti i giorni. Bisogna che noi creiamo ogni giorno una conquista nuova e, poiché conquistare non è che allargare i propri limiti, bisogna che noi arriviamo a comprendere sempre di più l’immanenza dello spirito, a vedere in ogni fatto una parte della nostra anima stessa. Con questa passione profonda - che non diventa abitudine, e neppure azione inconsulta, ma resta normalità intesa, conquista progressiva e non intermittente o frammentaria - non si concilia la freddezza e l’indifferenza che pervade ed irrigidisce la vita d’oggi. Malattia che consuma e uccide, bassezza per cui i nervi si rompono nell’atto stesso della loro funzione. Tuttavia la vita moderna è estenuata da questa spaventosa anemia. Ma non ci ribelliamo. Riportiamo a questo punto la distinzione tra moralità e immoralità. Non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee, e credervi e farne centro e scopo di sé stesso. L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di sé stessi, assenza di idealità. Può essere in molti affettazione di superiorità e pretesa di originalità, ma a tutta la massa di assenti c’è da preferire gli intolleranti, gli uomini feroci di parte, pervasi di odio che non cessa. Questi prendono posizione, non fuggono dalla lotta. Ed è più umana la malvagità che la vigliaccheria. Nell’immensità del mondo dello spirito non possiamo predicare l’astensione per nessuna forma. Modo di attività è legittimo se è umano. Onesto è riconoscere una deficienza del proprio pensiero, ma non si può disprezzare ciò che ci manca. Tale è il rigido senso di responsabilità che ci dà la nostra fede. E siamo ora all’azione immediata in cui dovremmo concretare non una formula, ma tutto il nostro spirito. Fissare la linea di questa concretazione ormai non dev’essere difficile. Bisogna diffondere e far sentire la nostra concezione di vita e di vitalità, bisogna mettere in rilievo la differenza che c’è tra la schematicità morta dei partiti e la potenza dello spirito. E’ un lavoro a lunga scadenza che mira a creare degli uomini migliori, più sinceri, più forti. Per raggiungere questa umanità migliore dobbiamo svalutare e distruggerete abitudini, gli schemi, le indifferenze. Per certo un lavoro che chiede muscoli e nervi a posto. Ma mentre distruggiamo un mondo di pregiudizi e di deficienze costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza. Sostituiamo agli ultimi resti della verità rivelata la verità che si conquista giorno per giorno col lavoro di ciascuno. Alle astrazioni generiche l’esame accurato, senza preconcetti, del piccolo e del grande problema che sorge. Soltanto con questo trovare le soluzioni e sistemarle si fa della politica.

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PES MILANO

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Con amicizia socialista.

PES MILANO